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Dal jazz: improvvisazione strutturata e risposta creativa all'imprevisto

Dal jazz: improvvisazione strutturata e risposta creativa all'imprevisto

I grandi jazzisti improvvisano all'interno di strutture rigorose — scale, progressioni armoniche, forma della canzone. La libertà creativa non nasce dall'assenza di regole, ma dalla padronanza così profonda delle regole da poterle attraversare in tempo reale.

Quando Miles Davis incise 'Kind of Blue' nel 1959 — l'album jazz più venduto della storia — i musicisti entrarono in studio con pochissime indicazioni scritte. Davis aveva preparato alcune scale modali e linee melodiche di base, e da lì i musicisti improvvisarono quasi interamente. Eppure ciò che emerge da quelle sessioni non è caos: è coerenza, conversazione musicale, architettura sonora. È possibile perché ogni musicista aveva interiorizzato a un livello profondo sia le regole della grammatica musicale sia il linguaggio specifico di quel gruppo, costruito in anni di suonare insieme. L'improvvisazione di qualità è sempre improvvisazione su una struttura.

Il jazz come modello di gestione del rischio insegna prima di tutto la distinzione tra incertezza e ambiguità. L'incertezza è quando non si sa quale nota suonerà il sassofonista nei prossimi quattro battute — ma si sa che sarà coerente con la tonalità, risponderà a ciò che il pianista ha appena suonato, e risolverà in modo musicalmente soddisfacente. L'ambiguità è quando non si capisce il contesto in cui ci si trova. Un buon jazzista riduce continuamente l'ambiguità del contesto — ascolta attivamente gli altri musicisti, legge il pubblico, valuta l'energia della stanza — e poi opera con sicurezza nell'incertezza residua. Nelle decisioni aziendali, confondere i due tipi di ignoto porta a paralisi o a eccessiva fiducia.

La conversazione jazzistica tra musicisti è anche un modello di come un gruppo dovrebbe gestire collettivamente le situazioni impreviste. Quando un musicista commette un errore armonico — una nota fuori tonalità in un momento sbagliato — gli altri musicisti possono reagire in due modi: ignorarlo e andare avanti come se non fosse successo, oppure 'seguirlo' armonicamente, trasformando l'errore in una modulazione intenzionale verso una nuova tonalità. I migliori ensemble jazz scelgono quasi sempre la seconda strada. Questa capacità di trasformare l'imprevisto in materiale creativo invece di resistere ad esso è la forma più alta di resilienza organizzativa.

Il modello jazz ha un'ultima lezione per la gestione del rischio: la pratica deliberata come fondamento dell'agilità. Charlie Parker — Charler Parker, considerato il massimo improvvisatore della storia del jazz — praticava scale, arpeggi e pattern melodici per ore ogni giorno, anche quando era già considerato il miglior sassofonista del mondo. Diceva che la pratica tecnica serviva a liberare la mente dall'esecuzione meccanica durante la performance, permettendo tutta l'attenzione cognitiva di andare alla creatività e alla risposta. Nelle organizzazioni, la stessa logica si applica ai protocolli di gestione del rischio: le procedure devono essere praticate fino a diventare automatiche, in modo che le risorse cognitive siano disponibili per la valutazione creativa delle situazioni davvero nuove.

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